venerdì 14 dicembre 2012

"Coro (I°)" da ELEGIE DEL TERRORE di Mario L. Reali (14/12/2012)

 
Una piccola Spoon River dei Gulag. Voci stantie e misere che giacevano – e giacciono -  sotto chili di neve e che nessuno conosce, nessuno ricorda. Una Russia dimenticata (occultata). Un silenzio che prosegue e che si auto-insegue per timori scaturiti dall’atrocità compiute. Noi sappiamo cos’è stato, anche se sappiamo ben poco di come e cosa è accaduto a Loro, alle vittime; chi fossero; il perché; cosa facessero prima e cosa poi hanno subito lì nei campi; quale fu il loro destino e quando e dove avvenne la loro caduta dentro una qualunque fossa comune. E di quello che si sa è troppo distante per preoccuparcene, come se il mondo e le azioni compiute dagli uomini – e le conseguenze da esse perpetuate – fossero cose che a un certo punto implodono e non tornano più. Finish. Addio nazismo! Addio Stalin e Mao!

Non è così. Tutto è sempre lì, magari in forma più lieve e con armi più etiche e idee meno pericolose, ma sempre pronti a tornare alla ribalta (basta guardare Alba Dorata in Grecia o Israele contro il popolo palestinese).
I gulag erano un posto simile ai lager. Entrambi erano campi di concentramento dove sono stati sterminati milioni di persone. L’unica differenza è che in Russia (come in Cina) tutto è sempre stato troppo grande e vasto per essere visto e accerchiato. Troppa censura. Troppo forti le relazioni politiche tra e nello scacchiere politico mondiale. Troppi recenti accadimenti infiniti (Guerra Fredda, Crollo del muro di Berlino, Putin). Troppa vergogna e paura.
Offre una post, breve ed essenziale rinascita di quelle voci il poeta Mario Reali nel suo libro “Elegie del terrore”(strano ma vero, per Passigli Poesia, casa editrice molto classica e poco propensa a pubblicare opere così, come dire, politiche. Riuscita e utile la prova compiuta con Reali; speriamo prosegua su questa strada).
Il libro cadenza tra il lirismo nerudiano e il moralismo leviniano. Ne è esempio la poesia che vi propongo (la prima del libro, sezione Coro). Molto somigliante, dal “Ricorda” e altri versi, alla poesia introduzione del libro “Se questo è un uomo” di Primo Levi, ma che si avvinghia, con i suoi “non” e metafore così materialiste e naturali, alla poetica globale di Pablo Neruda.
Le voci (gli autori che parlano con/per via delle poesie) sono alcune volte numeri, altre volte solo dei puntini di sospensione; andati persi.

C’è sconforto e ribellione in questi versi. Versi liberi, fluidi, senza punti - rallentamenti. Tutta una sequenza di scene e dialoghi a bassa voce, sussurrati nel pensiero.
Crude le immagini che scaturiscono dalle descrizioni del vissuto di questi uomini-bestie che devono sottostare ad ogni tipo di violenza:
<<Ho mangiato su un piatto candido di porcellana
le feci del capo del campo
Ridevano e si chiudevano le narici per la puzza>>, dice il n°1051 (medico)

Sono fatti autentici, dovuti, ripresi dall’autore in un viaggio a Mosca, raccontati da chi è riuscito a salvarsi, a tornare.
E’ una memoria storica. Voci che raccontano, insegnano e chiedono libertà.  Voci facili da non sentire e ascoltare.

<<Il silenzio dei vivi>>, dice il n°… (professore universitario).


.Coro (I°).
da ELEGIE DEL TERRORE
di Mario Lucrezio Reali

Ricorda come profuma questo silenzio
Non è delle betulle che vestite di bianco
tengono sulle ginocchia i morti
Non è il profumo delle foglie
che coprono di sudari la terra
E’ questo silenzio il monumento all’uomo
Sulle traversine della ferrovia
che trafigge il cuore delle aurore
i chiodi arrugginiti dal sangue
sono lapidi
Fermati qui
Sono qui le tombe del secolo che offende
e prega perché ossa di uomini
non possano più divenire strade
Ricorda come profuma questo silenzio

venerdì 7 dicembre 2012

LA MAPPA di Wislawa Szymborska (07/12/2012)


Fresco quest’ultimo lavoro di Wislawa. Ancor più delicate le immagini e la melodia fraseologica. Fluidità morale ed essenzialità. Una complicità intima e sociale con noi lettori. Nelle poche poesie che compongono il libricino (“Basta così”, pubblicato da Adelphi), incompiuto e postumo, si assapora l’aria mondiale del caso e della fragilità umana in brevi e lampanti liriche, spesso come massime in salsa umoristica.
Toni leggeri, metafore ontologiche, esempi di drammaticità globale e quotidiane riesumati in frasi comiche e fanciullesche. Ci sono storie attuali, si sente la durezza e secchezza del periodo corrente.
La realtà del presente ha il volto di una tecnologia che si confessa, nella poesia “Le confessioni della macchina che sa leggere”, dicendo: “Non so ancora, ad esempio, spiegare esattamente / gli stati definiti <<sentimenti>>”. Parole che neppure i più giovani riescono ad evocare (poeti e non). C’è il popolo: “Non menzionato / non spettacolare / Lavora alla raccolta dei rifiuti”. Oggetti, vegetariani, incontri all’aeroporto. E potresti starci giorni a cullarti di quelle immagini che evocano queste poesie. Tutte le sue poesie, possiamo dire.
Mi è piaciuta molto l’idea di inserire i dattiloscritti di Wislawa a metà libro (prima del commento finale del suo editore). Mi sono riconosciuto in quei fogli scarabocchiati, disordinati, con note e cancellature. Questo non è un problema, come vogliono farti crede: questa è la Poesia.


.La mappa.
(Wislawa Szymborska)

Piatta come il tavolo
sul quale è posata.
Sotto – nulla si muove,
né cerca uno sbocco.
Sopra – il mio fiato umano
non crea vortici d’aria
e lascia tranquilla
la sua intera superficie.

Bassopiani e vallate sono sempre verdi,
altopiani e montagne sono gialli e marrone,
oceani e mari – di un azzurro amico
sui margini sdruciti.

Qui tutto è piccolo, vicino, alla portata.
Con la punta dell’unghia posso schiacciare i vulcani,
accarezzare i poli senza guanti grossi,
posso con un’occhiata
abbracciare ogni deserto
insieme al fiume che sta lì accanto.

Segnalano le selve alcuni alberelli
tra i quali è ben difficile smarrirsi.

A est e ovest, sopra e sotto
l’equatore, un assoluto
silenzio sparso come semi,
ma in ogni seme nero
la gente vive.
Forse comuni e improvvise rovine
sono assenti in questo quadro.

I confini si intravedono appena,
quasi esitanti – esserci o non esserci?

Amo le mappe perché dicono bugie.
Perché sbarrano il passo a verità aggressive.
Perché con indulgenza e buon umore
sul tavolo mi dispongono un mondo
che non è di questo mondo.