Un meccanismo molto utilizzato nei centri psichiatrici è
quello dei laboratori di scrittura. Permettono al paziente di esternare - in
modo spontaneo, meno diretto del confronto a tu per tu col medico, più libero e
creativo (l’atto di guarigione è intrinseco all’atto artistico, cit. Frjof Capra) – emozioni,
dolori, ricordi e speranze. Fondamentale in questo processo è l’utilizzo della
poesia perché coglie in breve l’attimo, la pulsione cerebrale dei sentimenti
che convogliano in poche parole, brevi frasi. La fantasia si apre e lascia
entrare la realtà e i suoi tormenti con rapidi getti di inchiostro e pensieri
sublimi o orrendi. Velocità. Come la vita. E il paziente sa che è un attimo
(tutti noi lo sappiamo). E’ una scelta, come per il poeta e i suoi soliloqui.
Sembrerà strano, forse. Ma questo libro (e i centinaia di progetti, medici, psicologi) vi farà rendere conto che:
1. La poesia è una medicina;
2. Le medicine non servono.
I quattro autori-pazienti che scrivono le loro opere hanno ognuno la loro storia e il loro modo di esprimersi. Chi meglio, chi peggio. La bellezza sta nella semplicità di esporre un messaggio con delle immagini sane e precise, e nel coraggio di mostrarsi e condividere col mondo il loro Io.
Un’autrice-paziente dice: <<Siamo tutti portatori di disagio psichico e sentiamo la necessità di esprimere e tradurre sui fogli i nostri pensieri, paure, fantasie, emozioni. Tutto ciò per me è poesia. Anche questa, secondo me, è terapia, non fastidiosa come può essere un farmaco, un colloquio con lo psichiatra, ma certamente se non più efficace, assai più gradevole.>>
Mi capitò di sentire più o meno le stesse parole quando tenni degli incontri a dei ragazzi detenuti nel carcere minorile di Reggio Calabria. Dare loro la possibilità di ricostruire il loro percorso sotto forme creative; stimolare in loro la voglia di costruire qualcosa con le loro capacità artistiche (aiutandoli a farle emergere); offrire loro uno strumento divertente e leggero per mostrare emozioni, dolori; un modo che li gratifica e semplifica il confronto sia con la realtà vissuta e sia con quella presente. Un aiuto per progettare, anche, il futuro.
Gabriel D’Angelo ha un approccio vivido e serio alla poesia. Le tre che leggo dimostrano una padronanza (innata?) della parola e sa esprimere il messaggio che vuole offrire al lettore con calma e precisione. Le poesie trattano temi intimi e globali (come il dialogo con la morte e la Poesia). E’ una volizione voluta e ben perpetuata.
Luigi Berettini, Massimo Formenti, Valentina Lombardi, Luisa Romagnoni fissano la loro attenzione, invece, su temi naturalistici e faunistici (primavera, gatti, uccellini). Le poesie sono piccoli racconti descrittivi di momenti visti o vissuti dagl’autori-pazienti. Il ricordo della loro vita passata è impregnata e viva in quei versi. Scrivono come parlano. Destituiscono al foglio un ruolo di diario o, in senso metaforico, di quadro espressionista.
Questa breve raccolta, “Schegge di vita” (pubblicata da Albatros Edizioni, che consiglio – a tutti – di boicottare per diversi e importanti motivi, primo per tutti perché chiede cifre esorbitanti per pubblicare e perché non legge le opere – tranne pochissime – che le si inviano – altrimenti come potrebbe pubblicare oltre 100 libri l’anno?), è un essenziale dimostrazione di come l’arte e, in particolare, la poesia possano far scaturire un processo di riabilitazione e interesse personale verso problemi propri e sociali. Piccole battaglie di penna e di vita. Potremmo asserire: la cura in versi.
da “Schegge senza vita” (Albatros Ed.)
Sembrerà strano, forse. Ma questo libro (e i centinaia di progetti, medici, psicologi) vi farà rendere conto che:
1. La poesia è una medicina;
2. Le medicine non servono.
I quattro autori-pazienti che scrivono le loro opere hanno ognuno la loro storia e il loro modo di esprimersi. Chi meglio, chi peggio. La bellezza sta nella semplicità di esporre un messaggio con delle immagini sane e precise, e nel coraggio di mostrarsi e condividere col mondo il loro Io.
Un’autrice-paziente dice: <<Siamo tutti portatori di disagio psichico e sentiamo la necessità di esprimere e tradurre sui fogli i nostri pensieri, paure, fantasie, emozioni. Tutto ciò per me è poesia. Anche questa, secondo me, è terapia, non fastidiosa come può essere un farmaco, un colloquio con lo psichiatra, ma certamente se non più efficace, assai più gradevole.>>
Mi capitò di sentire più o meno le stesse parole quando tenni degli incontri a dei ragazzi detenuti nel carcere minorile di Reggio Calabria. Dare loro la possibilità di ricostruire il loro percorso sotto forme creative; stimolare in loro la voglia di costruire qualcosa con le loro capacità artistiche (aiutandoli a farle emergere); offrire loro uno strumento divertente e leggero per mostrare emozioni, dolori; un modo che li gratifica e semplifica il confronto sia con la realtà vissuta e sia con quella presente. Un aiuto per progettare, anche, il futuro.
Gabriel D’Angelo ha un approccio vivido e serio alla poesia. Le tre che leggo dimostrano una padronanza (innata?) della parola e sa esprimere il messaggio che vuole offrire al lettore con calma e precisione. Le poesie trattano temi intimi e globali (come il dialogo con la morte e la Poesia). E’ una volizione voluta e ben perpetuata.
Luigi Berettini, Massimo Formenti, Valentina Lombardi, Luisa Romagnoni fissano la loro attenzione, invece, su temi naturalistici e faunistici (primavera, gatti, uccellini). Le poesie sono piccoli racconti descrittivi di momenti visti o vissuti dagl’autori-pazienti. Il ricordo della loro vita passata è impregnata e viva in quei versi. Scrivono come parlano. Destituiscono al foglio un ruolo di diario o, in senso metaforico, di quadro espressionista.
Questa breve raccolta, “Schegge di vita” (pubblicata da Albatros Edizioni, che consiglio – a tutti – di boicottare per diversi e importanti motivi, primo per tutti perché chiede cifre esorbitanti per pubblicare e perché non legge le opere – tranne pochissime – che le si inviano – altrimenti come potrebbe pubblicare oltre 100 libri l’anno?), è un essenziale dimostrazione di come l’arte e, in particolare, la poesia possano far scaturire un processo di riabilitazione e interesse personale verso problemi propri e sociali. Piccole battaglie di penna e di vita. Potremmo asserire: la cura in versi.
da “Schegge senza vita” (Albatros Ed.)
(Centro
Diurno Procaccini “Il Laboratorio”)
(poesie di
Gabriel D’Angelo)
.Sfida senza fine.
La morte è
dietro di me dal giorno che sono nato.
Magari
quelli che guardano avanti ti vogliono.
Tutti hanno
paura di te,
non perché
sei cattiva
ma perché
nessuno ti conosce bene.
Per trovarti
è solo una
questione di tempo.
Inverai il
tuo Shinigami per giudicarmi
e io senza
via d’uscita per scappare
cercherò un
modo per non farti arrabbiare.
Vivrò con
gioia questa vita fino a quel giorno
il quale
nessuno può indovinare quando sia.
Qual è la
realtà?
Chi sei in
verità?
Solo il
riflesso della luna tiepida
nell’oscurità
lo sa.
.Libero.
Che cosa ti
è passato per la testa quando ti sei buttato?
E’ questa la
prima domanda che mi hai fatto,
in quel
momento la mia mente era alla fine libera
non avevo
niente da giudicare nella mia vita.
Un piccolo
pensiero ai miei cari prendeva il mio cuore
però ero
troppo preso dalla mia decisione.
Fare
un’autocritica al momento non serve a molto.
Ho capito
che Dio non giudica anche quando hai torto.
.Poesia mia.
Vengo a
trovarti
vengo di
persona
l’opportunità
è passata
la troverai
un’altra volta?
Magari me lo
chiederò
cercherò di
fare il mio miglior sforzo
però ho
imparato che le opportunità
non si
ripetono.
Adesso tocca
a te farlo bene
già che per
te non c’è spazio-tempo
e magari io
tornerò tra le sue braccia.
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